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Come aumentare le visualizzazioni su YouTube nel 2025 (Guida pratica per canali piccoli)

Come aumentare le visualizzazioni su YouTube
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Domenico Sottile

Domenico Sottile è un professionista del marketing digitale e scrittore con oltre 7 anni di esperienza nell'aiutare le persone a guadagnare online. Ha lavorato con diverse aziende e startup, offrendo consulenza su strategie di marketing, affiliazione e e-commerce. Domenico è appassionato di condividere le sue conoscenze attraverso articoli informativi e guide pratiche per il successo online.

Pubblicare video, passare ore tra registrazione, montaggio, miniature… e poi vedere 48 visualizzazioni in tre giorni. Se hai un canale piccolo, probabilmente questa scena ti è fin troppo familiare.

La verità è che non ti manca la “creatività” e non ti serve l’ennesimo hack virale trovato su TikTok: ti serve un metodo semplice e ripetibile che aiuti YouTube a capire di cosa parla il tuo canale, a chi devono essere mostrati i tuoi video e perché dovrebbe continuare a spingerli nel tempo.

In questa guida ti porto dentro al modo in cui imposto la strategia YouTube per me e per i miei clienti. Niente formule magiche, solo scelte consapevoli su contenuti, titoli, miniature e analisi dei dati. Vedrai come impostare il canale in modo che YouTube lo “legga” correttamente, che tipo di contenuti ha senso pubblicare se parti da un canale piccolo, come lavorare su CTR e tempo di visualizzazione e quali numeri ha davvero senso guardare dentro YouTube Studio senza impazzire dietro alle metriche inutili.

Questa guida è pensata per te se hai un canale piccolo o medio, vuoi aumentare le visualizzazioni su YouTube da persone davvero in target e sei disposto a lavorare con metodo per qualche mese, invece di cercare scorciatoie di tre giorni.

Se stai cercando il trucco miracoloso per fare 1 milione di views in 24 ore, probabilmente questo non è l’articolo giusto. 😊

Che tipo di visualizzazioni vuoi davvero?

Prima di parlare di titoli, algoritmi ed editing, c’è una domanda che quasi nessuno si fa sul serio: che tipo di visualizzazioni vuoi davvero?

Vuoi semplicemente aumentare il numerino sotto ai video, o vuoi aumentare le visualizzazioni che ti portano qualcosa di concreto nella vita reale e nel tuo lavoro?

Perché non è affatto la stessa cosa.

Puoi tranquillamente fare diecimila visualizzazioni con uno Shorts virale che gira per qualche giorno, viene condiviso un po’ ovunque e poi sparisce. Bello da vedere nei grafici, certo, ma se quelle persone non si iscrivono, non tornano sul canale, non diventano clienti o contatti, quanto ti è servito davvero?

Dall’altra parte puoi avere un video con “solo” mille visualizzazioni che però viene visto dalle persone giuste: quelle che hanno il problema che risolvi tu, che arrivano fino alla fine del video, che si iscrivono al canale, che cliccano sul link in descrizione, che ti scrivono per chiedere un preventivo o iniziano a seguirti anche su altre piattaforme.

Il punto, quindi, non è “avere tante views”, ma avere le views giuste. Visualizzazioni che hanno un peso nella tua strategia, non solo nell’ego.

Esercizio rapido

Per chiarirti davvero le idee ti propongo un esercizio velocissimo, ma ti chiedo di farlo sul serio. Prenditi mezzo minuto, apri una nota sul telefono o prendi un foglio di carta e scrivi una frase iniziando così:

“Voglio aumentare le visualizzazioni da persone che… per portarle a…”

Completa la frase in modo il più preciso possibile.

Ad esempio: “Voglio aumentare le visualizzazioni da persone che hanno un piccolo business online, per portarle a iscriversi alla newsletter e poi richiedere una consulenza.”

Già solo mettere nero su bianco questa cosa cambia il modo in cui guardi il tuo canale. A me è successo proprio questo: nel momento in cui ho iniziato a ragionare in termini di “chi voglio davvero attirare” e “cosa voglio che facciano dopo aver visto un video”, ho smesso di inseguire numeri a caso e ho iniziato a scegliere argomenti, titoli e formati in funzione di quel tipo di pubblico.

Da lì in poi ogni decisione diventa più semplice: cosa pubblicare, cosa scartare, che tipo di esempi usare, che call to action inserire. Tieni ben presente questa frase che hai scritto mentre leggi il resto della guida, perché è la lente attraverso cui ha senso valutare tutto il resto.

Mettere a posto il canale: il check che quasi nessuno fa

Tutti vogliono “più visualizzazioni”, ma pochissimi si fermano davvero a guardare come appare il loro canale da fuori. Non da dentro il proprio YouTube Studio, ma con gli occhi di una persona che ci arriva per la prima volta e, ancora prima, con gli occhi di YouTube stesso, che deve decidere se hai un’identità chiara oppure no.

Immagina qualcuno che atterra sul tuo canale dopo aver visto un tuo video nei suggeriti. In pochi secondi si fa un’idea: capisce di cosa parli? Capisce se ciò che fai è pensato per lui o per lei? Capisce se vale la pena iscriversi? Allo stesso modo l’algoritmo deve “incasellarti”: di cosa tratta questo canale, quali utenti potrebbero apprezzarlo, con quali altri video associarlo. Se per una persona in carne e ossa è confuso, per YouTube è quasi impossibile da interpretare.

Per questo, prima ancora di ossessionarti con l’uscita di nuovi video, ha senso fermarsi un attimo e sistemare le fondamenta del canale.

Scegliere una nicchia chiara (non “parlo di tutto”)

Se hai un canale piccolo e pubblichi un vlog, poi un tutorial su un argomento completamente diverso, poi una recensione buttata lì “perché mi andava”, poi un video motivazionale, stai chiedendo a YouTube un atto di fede. Non sa a chi mostrare il tuo prossimo contenuto, perché non c’è un filo logico che tenga insieme ciò che fai. E quando l’algoritmo non capisce, tende a non spingere.

Questo non significa che ti devi incatenare a vita a un unico micro-argomento e annoiarti fino alla pensione. Significa però che all’inizio ti conviene avere una direzione chiara. Chiediti con sincerità: chi è il mio pubblico principale? Che problema concreto lo aiuto a risolvere? Se non sai rispondere a queste due domande, è molto difficile che il tuo canale riesca a crescere in modo sano.

Una volta che hai chiarito questo punto per te stesso, puoi tradurlo in una frase semplice, quasi uno slogan mentale. Per esempio: “Aiuto piccoli creator a crescere su YouTube”. Oppure: “Aiuto freelance e consulenti a trovare clienti online”. O ancora: “Insegno a usare [software X] in modo pratico, senza gergo tecnico”. Non serve che la scritta compaia ovunque in modo rigido, ma dentro di te deve essere cristallina. Più è chiaro a te cosa fai e per chi, più diventa chiaro per chi ti scopre… e anche per l’algoritmo.

Sistemare homepage, About e playlist

Una volta definita la direzione, arriva il momento di guardare il tuo canale come se fosse una pagina di vendita. La homepage del canale non è un magazzino dove buttare dentro tutti i video uno sopra l’altro, ma il posto in cui una persona che non ti conosce ancora decide se rimanere o andarsene.

Quando qualcuno arriva lì, cosa vede per primo? C’è un video in evidenza pensato apposta per chi non è iscritto, che spiega in modo semplice chi sei, di cosa parli e cosa può aspettarsi chi ti segue? Oppure in alto ci sono video vecchi, magari scollegati fra loro, messi lì solo perché sono gli ultimi pubblicati?

Anche le playlist raccontano molto di te. Se sono inesistenti, o se l’unica playlist si chiama “Varie” o “Video random”, stai sprecando un’occasione. Le playlist tematiche, con titoli chiari e coerenti con ciò che fai, aiutano sia gli utenti a orientarsi, sia YouTube a capire quali video sono collegati e a proporli in sequenza.

La sezione “Informazioni” (About), poi, è spesso trattata come uno spazio riempito al volo “tanto non la legge nessuno”. In realtà è un posto perfetto per ribadire in tre o quattro righe a chi ti rivolgi, che tipo di contenuti pubblichi, con quale frequenza e perché qualcuno dovrebbe iscriversi. Una frase tipo: “Se ti occupi di X e vuoi Y, qui trovi video su… Iscriviti se vuoi [beneficio concreto]” è già molto più potente di un generico “Ciao, benvenuto nel mio canale”.

In questa fase ha molto senso fare uno screenshot del tuo canale “prima e dopo”: vedrai tu stesso quanto cambia la percezione semplicemente mettendo un po’ di ordine nella struttura della homepage, sistemando l’About e riorganizzando le playlist.

Branding minimo ma coerente

Infine c’è il tema del branding. Nessuno ti sta chiedendo di investire migliaia di euro in un manuale di brand e un logo iper sofisticato. Quello che serve, soprattutto su YouTube, è coerenza. Se ogni miniatura sembra appartenere a un canale diverso, se i font cambiano a caso, se i colori non hanno nessun filo logico, lo spettatore non riesce a riconoscerti al volo quando il tuo video compare in home o tra i suggeriti.

Al contrario, quando mantieni uno stile di miniature riconoscibile, con un certo tipo di colori, un certo modo di usare il testo, una certa impostazione grafica, è molto più facile che le persone ti ricolleghino a quell’esperienza positiva che hanno avuto con un tuo video precedente. Lo stesso vale per i titoli: non devono essere tutti identici, ma il tono e il tipo di promessa che fai dovrebbero rispecchiare la tua “voce”.

Anche la presentazione generale del canale – l’immagine di copertina, l’avatar, il modo in cui ti descrivi – dovrebbe puntare nella stessa direzione. L’obiettivo è arrivare al punto in cui, quando un nuovo spettatore apre il tuo canale, in tre secondi possa dire: “Ok, qui si parla di X, questo è (o non è) per me”. Se riesci a ottenere questa reazione, hai già fatto un enorme passo avanti verso quelle visualizzazioni “giuste” di cui parlavamo prima.

Strategia contenuti: cosa pubblicare se hai un canale piccolo

Una volta sistemato il “contenitore” – quindi canale, homepage, About e playlist – arriva il pezzo che tutti aspettano: cosa pubblico, concretamente, per aumentare le visualizzazioni?

Se il tuo canale è piccolo, non hai il lusso di buttare fuori video a caso sperando che qualcosa funzioni. Ogni contenuto che registri ti costa tempo, energia e spesso anche un po’ di motivazione. Proprio per questo ha senso concentrarsi su quei formati che, in questa fase, massimizzano le possibilità di farti scoprire da persone in target e di far capire a YouTube che tipo di creatore sei.

I 3 format che consiglio ai canali piccoli

In pratica, la combinazione che vedo funzionare meglio per i canali piccoli ruota attorno a tre grandi famiglie di contenuto.

1. Tutorial / How-to

La prima è quella dei tutorial e dei video “how-to”, cioè quei contenuti in cui prendi un problema specifico del tuo pubblico e lo accompagni passo passo verso una soluzione concreta. Un titolo del tipo “Come aumentare le visualizzazioni su YouTube se parti da zero iscritti” è l’esempio classico: una persona cerca esattamente quella cosa, trova il tuo video, lo guarda perché gli serve e, se fai un buon lavoro, inizia a fidarsi di te. Questo tipo di contenuti ti aiuta a intercettare ricerche precise all’interno di YouTube e a costruire una base di video “evergreen” che continuano a lavorare anche mesi dopo la pubblicazione.

2. Video esperienziali / case study

La seconda famiglia è quella dei video esperienziali e dei case study, dove non ti limiti a spiegare cosa si dovrebbe fare, ma racconti cosa hai fatto tu o un tuo cliente, con numeri e dettagli reali. Un esempio potrebbe essere: “Come ho portato un canale da 0 a 10.000 visualizzazioni al mese in 90 giorni”. Qui l’obiettivo non è solo insegnare qualcosa, ma dimostrare esperienza, far vedere che sai di cosa parli, differenziarti dalle mille guide teoriche che si trovano ovunque. Chi guarda questo tipo di video non sta solo cercando soluzioni, sta anche decidendo se fidarsi di te a lungo termine.

3. Shorts strategici

La terza componente sono gli Shorts, ma usati in modo strategico. Non parlo del classico video messo lì perché “lo fanno tutti”, né di meme scollegati da ciò che fai. Mi riferisco a mini-clip pensate per portare valore in pochi secondi: pillole di un concetto, mini tutorial, anticipazioni di un video lungo, estratti di momenti forti di una live. Lo scopo è farti scoprire da persone che ancora non ti conoscono, sfruttando il fatto che YouTube sta spingendo molto questo formato in home e nel feed dedicato.

Se vuoi mettere davvero a terra questi concetti, puoi fare un piccolo esercizio: per ognuna di queste tre categorie prova a scriverti una lista di idee. Tre possibili tutorial che potresti registrare nelle prossime settimane, due video in cui racconti un’esperienza o un risultato concreto che hai ottenuto, cinque Shorts che potresti creare in modo semplice partendo da ciò che già sai e fai. Con solo questo hai già tra le mani la bozza di un mini piano editoriale di trenta giorni, molto più concreto del classico “devo pubblicare di più”.

Shorts, video lunghi e live: cosa usare e quando

A questo punto è utile capire come incastrare questi formati tra loro nel tempo. Semplificando molto, possiamo vedere gli Shorts come il motore della scoperta, i video lunghi come il luogo in cui avviene l’approfondimento, la relazione e spesso anche la monetizzazione, e le live come il momento in cui si consolida la community e si crea un rapporto più diretto con chi ti segue.

Se stai partendo da zero o quasi, una struttura di base che funziona molto bene è questa: un video lungo a settimana, due Shorts a settimana (che possono tranquillamente essere estratti o adattamenti del video lungo) e, quando hai già un minimo di pubblico, una live al mese per rispondere a domande, approfondire argomenti o analizzare casi reali. È un ritmo sostenibile, che ti permette di migliorare mentre produci, senza bruciarti in due settimane.

Per darti un’idea concreta, ti racconto uno schema reale che ho visto funzionare su un canale con meno di 300 iscritti. Per circa novanta giorni il creatore ha mantenuto quella struttura semplice: un video lungo ogni settimana più due Shorts. All’inizio le visualizzazioni sembravano quasi irrilevanti, ma dopo qualche settimana alcuni video lunghi hanno iniziato a posizionarsi su ricerche specifiche e a portare traffico costante da ricerca e video suggeriti. Nel frattempo, alcuni Shorts hanno avuto piccoli “picchi” di visibilità che hanno portato nuovi iscritti sul canale. Non c’è stato un singolo momento magico, ma un lavoro costante che ha trasformato quell’apparente silenzio iniziale in una base di contenuti che continuano a portare visualizzazioni ogni mese.

Scegliere le idee giuste con la SEO di YouTube

A questo punto è importante ricordarsi una cosa che molti creator dimenticano dopo i primi video: YouTube non è solo una piattaforma dove “si mettono i video”, è un vero e proprio motore di ricerca. Le persone arrivano lì con domande, problemi, curiosità precise. Se tu scegli gli argomenti a caso, sulla base dell’ispirazione del momento o di quello che vedi fare agli altri, rischi di bruciarti un sacco di tempo ed energia su contenuti che nessuno sta cercando davvero.

L’approccio opposto è usare la SEO di YouTube per farti guidare dai comportamenti reali delle persone. Niente strumenti complicati: ti basta aprire YouTube e usare la barra di ricerca come una finestra sul cervello del tuo pubblico.

Parti dall’argomento generale di cui ti occupi. Se ti occupi di YouTube, potresti digitare “visualizzazioni YouTube”; se ti occupi di marketing per freelance, potresti scrivere “trovare clienti freelance”; se insegni un software, inizi a scriverne il nome. Mentre digiti, YouTube inizierà a suggerirti una serie di completamenti automatici: quelle non sono frasi inventate a caso, sono query che le persone stanno cercando davvero, in quel momento, su quella piattaforma. Già solo leggere quei suggerimenti ti dà una lista grezza di potenziali idee per i tuoi prossimi video.

Da qui puoi fare un passo in più. Scegli una delle ricerche suggerite che ti sembra interessante e cliccaci sopra. Ti ritroverai davanti la pagina dei risultati per quella query, con i soliti tre-cinque video che YouTube considera più rilevanti. È il momento di indossare il cappello dell’analista, non del fan. Osserva con attenzione: che tipo di titoli stanno usando i creator che presidiano già quella ricerca? Sono promesse forti, sono molto specifici, sono più generici? Che tipo di miniature hanno scelto? Sono piene di testo, hanno una faccia in primo piano, giocano su un certo colore dominante? E, ancora, qual è l’angolo che hanno scelto per affrontare quell’argomento: parlano a principianti assoluti, a persone già esperte, a business, a creator?

Questa analisi non serve per trasformarti nella copia di qualcun altro. Anzi, il punto non è replicare quello che vedi, ma usarlo come base per portare qualcosa di tuo. La domanda chiave da farti è: che cosa posso aggiungere io a questo argomento che gli altri non stanno ancora offrendo? Potrebbe essere un taglio specifico sul pubblico italiano, casi studio tratti dalla tua esperienza, un metodo passo passo più chiaro, un punto di vista diverso, un’applicazione pratica che riguarda una nicchia ancora scoperta.

Magari ti accorgi che tutti parlano di “come aumentare le visualizzazioni su YouTube” in modo molto generico, mentre nessuno si rivolge nello specifico ai canali piccoli che partono da zero. O ti rendi conto che tutti i video che trovi sono incentrati sul mercato anglofono, con esempi lontani dalla realtà di chi crea contenuti in Italia. Sono tutte occasioni per ritagliarti uno spazio tuo.

Come aumentare il CTR: titoli e miniature che fanno clic (senza clickbait)

YouTube può anche mettere il tuo video davanti a migliaia di persone, ma se quasi nessuno ci clicca, quel video è praticamente già morto. La metrica che misura questa cosa si chiama CTR, click-through rate: in pratica è la percentuale di persone che, vedendo la tua anteprima, scelgono di aprire il video invece di scorrere oltre. Se il CTR è basso, YouTube interpreta il segnale in modo molto semplice: “Questa anteprima non interessa alle persone a cui la sto mostrando”, e nel dubbio smette di spingerla.

Il ruolo del CTR

Il meccanismo, semplificato all’osso, funziona così: YouTube mostra il tuo video a un piccolo campione di utenti che secondo l’algoritmo potrebbero essere interessati. Se una buona parte di queste persone ci clicca e resta a guardare per un po’, il sistema “capisce” che l’abbinamento tra quel video e quel pubblico è sano e allarga la distribuzione, mostrandolo a sempre più persone con un profilo simile. Se invece aprono in pochi o, peggio, scorrono via senza nemmeno fermarsi, la spinta iniziale si blocca e il video diventa molto più difficile da recuperare.

È qui che entra in gioco la coppia titolo + miniatura. Ed è qui che molti cadono nella trappola del clickbait. Il punto non è urlare “CLICCA ORA!!!” nel titolo, né promettere miracoli che non esistono. Il punto è formulare una promessa chiara, specifica e rilevante per un pubblico ben definito. Più il lettore sente che quel video è pensato proprio per lui e per il problema che ha in testa in quel momento, più è probabile che clicchi.

Come scrivere titoli concreti, non fuffa

Un modo semplice per costruire titoli che funzionano è pensare a tre ingredienti: risultato desiderato, grado di specificità e tipo di pubblico. È la differenza fra un generico “Come aumentare le visualizzazioni su YouTube” e un più mirato “Come aumentare le visualizzazioni su YouTube se parti da 0 iscritti”. Nel secondo caso stai parlando chiaramente a chi è agli inizi, riduci l’ambiguità e fai sentire chi legge “ok, questo è per me”. Allo stesso modo “Strategia YouTube per freelance: come trovare i primi clienti con i video” fa capire subito a chi ti rivolgi e quale vantaggio prometti. “YouTube Shorts nel 2025: cosa funziona davvero sui canali piccoli” mette insieme un contesto temporale aggiornato, un formato specifico e un target preciso.

Quando hai più idee per lo stesso video, può essere interessante giocare anche con i test A/B dei titoli, dove disponibili. Un esempio classico: da una parte un titolo generico tipo “Come aumentare le visualizzazioni su YouTube”, dall’altra una versione più concreta come “Come raddoppiare le visualizzazioni su YouTube in 90 giorni (senza pubblicare video ogni giorno)”. Cambia la percezione di impegno richiesto, cambia la forza della promessa, cambia il livello di curiosità che stimoli. Lasciando lavorare entrambe le varianti per un po’, puoi vedere quale delle due genera un CTR migliore e quindi ha più senso tenere nel tempo.

Mini-guida alle miniature

Se il titolo è la promessa verbale, la miniatura è la parte visiva della stessa promessa. Spesso ci si concentra sul fatto che sia “bella” dal punto di vista estetico, quando in realtà la priorità è che sia chiara. In un feed pieno di immagini minuscole, ciò che conta non è la perfezione grafica, ma il fatto che il messaggio arrivi in una frazione di secondo.

Il principio di base è lavorare su un’idea visiva alla volta. Niente collage di elementi microscopici, dieci scritte diverse, tre foto sovrapposte. Una faccia, una parola chiave, un simbolo chiaro possono bastare. Anche il testo va usato con parsimonia: due, massimo quattro parole grandi e leggibili da smartphone, che spesso è il dispositivo principale da cui le persone guardano YouTube. Se devi socchiudere gli occhi per leggerle, sono troppe o troppo piccole.

Un altro aspetto importante è il contrasto rispetto agli altri risultati che compaiono per lo stesso argomento. Quando cerchi una keyword e guardi la pagina dei risultati, vedi subito se c’è un “pattern”: magari tutti usano sfondi scuri e tonalità rosso/nero, oppure tutti hanno la stessa impostazione grafica. In questi casi distinguerti anche solo invertendo il tipo di sfondo, semplificando il layout o scegliendo un colore diverso può rendere la tua miniatura immediatamente più riconoscibile.

Per restare sul tema di YouTube e visualizzazioni, potresti ad esempio usare una scritta grande come “POCHE VIEW?” affiancata a una tua espressione frustrata e a un grafico che inizia a salire; oppure una scritta “DA 0 A 10K” con alle spalle uno screenshot (sfocato quanto basta) del tuo YouTube Studio. Sono concetti semplici, ma visivamente parlano subito il linguaggio di chi ha il problema che vuoi risolvere.

Far guardare i video fino alla fine: retention e struttura

Una visualizzazione che dura tre secondi non ti cambia la vita. Può gonfiare un po’ il numerino sotto al video, ma non costruisce relazione, non manda segnali positivi all’algoritmo e, soprattutto, non porta risultati concreti. È per questo che YouTube dà così tanto peso alla retention: il tempo reale che le persone passano a guardare il tuo contenuto e il modo in cui quella curva sale o crolla minuto dopo minuto.

I primi 30 secondi: hook e promessa

Quando qualcuno clicca sul tuo video, in pratica sta facendo una scommessa: “Questo contenuto mi ripagherà il tempo che sto per investirci?”. Nei primi istanti YouTube osserva cosa succede: la persona resta, ascolta, magari avanza un po’, oppure chiude subito e torna al feed. Se questa seconda cosa succede spesso, l’algoritmo interpreta il segnale in modo brutale: anteprima interessante, contenuto deludente. E, di conseguenza, smette di spingere il video.

Per questo i primi secondi sono la zona più delicata e più sottovalutata. Il loro compito è rispondere a una sola domanda nella testa di chi ti guarda: “Ho fatto bene a cliccare questo video?”. Se non sciogli questo dubbio in fretta, la persona se ne va. Un buon hook, cioè l’aggancio iniziale, di solito mette insieme tre ingredienti: riconoscere il problema del tuo spettatore, promettere un risultato chiaro e dare una piccola anticipazione di cosa succederà nel video.

Se inizi con qualcosa tipo: “Ciao, benvenuti sul mio canale, oggi parleremo di come aumentare le visualizzazioni su YouTube…”, stai sprecando tempo prezioso. Non stai dicendo nulla che la persona non sappia già, non stai mostrando di capire la sua frustrazione e non stai promettendo niente di specifico. Un’alternativa molto più efficace potrebbe essere: “Pubblicare video e fermarsi a 40 visualizzazioni è frustrante. In questo video ti mostro il metodo che sto usando sul mio canale e su quelli dei miei clienti per aumentare le view in 90 giorni, anche se parti da zero iscritti.” In una sola frase hai riconosciuto il problema, hai fatto intravedere un risultato concreto e hai fatto capire che non parlerai in teoria, ma sulla base di esperienza reale.

Una struttura semplice che puoi riusare

Una volta superata la fase critica dell’inizio, serve una struttura minima che ti aiuti a tenere il video in piedi senza perderti per strada. Non devi per forza scrivere un copione parola per parola, ma avere uno scheletro ricorrente ti evita i giri a vuoto. Per i contenuti informativi funziona molto bene uno schema semplice: si parte con l’hook, in cui spieghi il problema e la promessa; poi aggiungi un breve contesto in cui chiarisci per chi è il video e, se serve, cosa non farà (per esempio: “non ti dirò di pubblicare due video al giorno”); si entra nel cuore del contenuto con tre, quattro o cinque passaggi principali; si chiude con un ricap veloce dei punti chiave e con una call to action chiara, che può essere l’iscrizione, un commento, il download di una risorsa o la visione di un altro video collegato.

Se mentre registri hai la sensazione di perderti, il problema spesso non è “non so parlare davanti alla camera”, ma “non so dove sto andando”. In questi casi è molto utile scriversi la struttura su un foglio o su un documento e tenerla letteralmente davanti al naso finché non diventa naturale: una riga per l’hook, una per il contesto, una per ogni step, una per la chiusura. Non è amatoriale, è professionale.

Poi c’è il tema “come non annoiare”. Nessuno ti chiede di diventare un montatore da spot televisivo, ma qualche piccolo “scossone visivo” lungo il video può fare la differenza sulla retention. Sono quei momenti in cui rompi leggermente il ritmo per riportare l’attenzione della persona su di te. Può essere un cambio di inquadratura, magari un leggero zoom in quando stai dicendo qualcosa di importante e un’uscita quando torni a spiegare; può essere l’inserimento di un B-roll, quindi una breve clip che mostra ciò di cui stai parlando, una schermata, un grafico, te mentre lavori o compi l’azione che stai descrivendo; può essere del testo in sovraimpressione che evidenzia una frase chiave, un numero, un concetto che non vuoi che passi inosservato.

Pattern interrupt: come non annoiare

Questi pattern interrupt non servono a fare “effettini” tanto per, ma a dare al cervello di chi guarda dei piccoli punti di riaggancio. Invece di una lunga scena statica in cui parli sempre allo stesso modo, offri una sequenza di micro-variazioni che mantengono viva l’attenzione. La combinazione di un inizio forte, una struttura chiara e qualche accorgimento visivo è spesso ciò che distingue un video che viene abbandonato a metà da un contenuto che le persone arrivano a guardare fino alla fine – e che YouTube, di conseguenza, sarà molto più felice di continuare a proporre.

Spingere i video giusti: playlist, schermate finali e traffico esterno

Non puoi decidere cosa farà l’algoritmo con i tuoi video, ma puoi rendere il suo lavoro molto più semplice. Invece di sperare che YouTube “capisca da solo”, puoi dargli dei segnali chiari su quali contenuti del tuo canale sono collegati tra loro e su quali video vorresti che le persone vedessero dopo quello che stanno guardando. In pratica, non stai solo pubblicando singoli video, stai costruendo percorsi.

Playlist, schede e schermate finali

Immagina il viaggio tipico di una persona che ti scopre. Magari arriva su un tuo contenuto “entry”, un video come questo che risponde a una domanda precisa o affronta un problema comune. Se quel video funziona, alla fine non vuoi che chiudi l’app e sparisca: vuoi che faccia il passo successivo logico. Questo passo può essere un altro video che entra più in profondità, oppure una playlist che raccoglie tutti i contenuti su quell’argomento. Ed è proprio qui che entrano in gioco playlist, schede e schermate finali.

Le playlist non sono un dettaglio estetico, sono una delle chiavi della tua strategia. Quando crei raccolte tematiche e inserisci sempre i video nelle playlist appropriate, stai dicendo a YouTube: “Questi contenuti appartengono allo stesso blocco, hanno senso insieme”. E allo stesso tempo rendi la vita più facile a chi ti guarda: se un video piace, con un clic può immergersi in una serie di altri video coerenti, senza doverli cercare uno per uno.

Le schede (le cards che compaiono in alto) ti permettono di suggerire nel momento giusto un contenuto collegato: magari mentre stai citando un concetto che hai spiegato meglio in un altro video, oppure quando intuisci che qualcuno potrebbe voler un approfondimento. Non si tratta di bombardare di “guarda anche questo” ogni trenta secondi, ma di inserire pochi rimandi strategici, quando davvero hanno senso.

Le schermate finali, poi, sono il punto in cui molte persone mollano la presa. Spesso vengono riempite con quattro elementi diversi, link a tutto e a niente, icone ovunque. Il risultato è che lo spettatore non sa cosa scegliere e, nella confusione, chiude il video. Molto meglio ragionare in modo chirurgico: uno, massimo due video suggeriti, scelti perché sono il naturale “passo successivo” rispetto a ciò che la persona ha appena visto. Può essere il tuo contenuto “must watch” che converte bene, o il pezzo che completa il discorso iniziato nel video corrente. Meno opzioni, più chiarezza.

Community tab e social esterni

Oltre alla struttura interna del canale, hai a disposizione un’area spesso sottovalutata: la Community. Quel tab che tanti ignorano è in realtà uno strumento potente per rimettere in circolo contenuti che meritano ancora attenzione, anche se non sono più “nuovi”. Puoi usarlo per riproporre video vecchi ma ancora validi, magari contestualizzandoli con una breve spiegazione del perché oggi sono particolarmente utili. Puoi farci sondaggi per capire cosa interessa davvero al tuo pubblico, chiedere feedback sugli argomenti che stai pensando di trattare, testare titoli o idee prima di registrarle. È un modo per tenere viva la relazione tra un video e l’altro, invece di parlare al pubblico solo quando pubblichi.

Fuori da YouTube, vale la pena essere selettivi. Invece di cercare di essere ovunque con mille link buttati a caso, scegline uno o due canali principali – per esempio Instagram, LinkedIn o la newsletter – e usali con intenzione. Se pubblichi un nuovo video importante, spiegalo, racconta perché dovrebbe interessare a chi ti segue lì, magari anticipa uno snippet o un punto chiave, e solo dopo inserisci il link. I drop freddi di URL senza contesto funzionano raramente: molto meglio pochi collegamenti ma ben introdotti, che spingono le persone giuste a guardare fino in fondo.

Collaborazioni intelligenti per canali piccoli

Infine ci sono le collaborazioni, che per i canali piccoli possono fare una differenza enorme se gestite con intelligenza. Non è necessario inseguire i grandi nomi sperando in una menzione dall’alto. Spesso le collaborazioni più efficaci sono quelle orizzontali, con creator che hanno numeri simili ai tuoi e un pubblico compatibile. Insieme potete costruire contenuti che hanno senso per entrambe le audience: un’intervista reciproca in cui ognuno porta la propria esperienza, un video “a quattro mani” su un tema comune, una playlist condivisa che raccoglie i migliori video di entrambi su un argomento specifico.

Anche qui l’idea di fondo è sempre la stessa: non accumulare contenuti isolati, ma creare collegamenti intelligenti. Più rendi facile, naturale e quasi inevitabile il “salto” da un tuo video all’altro, più aumenti il tempo che le persone passano sul tuo canale e più segnali positivi mandi a YouTube su quali video, tra tutti, vale la pena continuare a spingere.

Leggere i dati su YouTube Studio senza impazzire

Quando inizi a guardare le statistiche di YouTube Studio è facile passare da un estremo all’altro: o ti perdi in mille numeri e grafici fino a scoraggiarti, oppure li ignori del tutto e continui a pubblicare “a sentimento”, sperando che qualcosa prima o poi funzioni. Nessuna delle due strade aiuta davvero.

La chiave è trovare un equilibrio: smettere di voler controllare ogni virgola dei dati e imparare a concentrarti su poche metriche che ti danno indicazioni chiare su cosa migliorare. Non devi diventare un analista di YouTube, ti basta saper leggere quattro segnali fondamentali.

Le 4 metriche che guardo sempre

1. CTR (Click-through rate)

La prima metrica su cui vale la pena tenere gli occhi è il CTR, il click-through rate. Ti dice, in percentuale, quante persone cliccano sul tuo video quando glielo mettono sotto al naso, che sia in home, nei suggeriti o nei risultati di ricerca. Se il CTR è molto basso, non serve farsi troppi film: nella maggior parte dei casi significa che titolo e miniatura non stanno facendo il loro lavoro. Magari la promessa non è chiara, il beneficio non si capisce, o semplicemente il tuo video non spicca rispetto a tutto il resto che si vede nella stessa pagina.

2. Retention media e retention nei primi 30 secondi

Subito dopo viene la retention, sia quella media sia quella nei primissimi secondi. Qui YouTube ti mostra, con una curva abbastanza impietosa, quanto tempo le persone restano a guardare e in quali punti del video tendono ad andarsene. Se noti che quasi tutti scappano nei primi secondi, molto probabilmente l’inizio del video non risponde alla famosa domanda “ho fatto bene a cliccare?”. Forse perdi tempo con saluti e premesse infinite o arrivi al punto solo dopo un minuto. Se invece il crollo avviene sempre intorno a un minuto specifico, può valere la pena riguardare proprio quel passaggio: magari cambi tono, inserisci una digressione inutile, mostri qualcosa di poco interessante.

3. Tempo di visualizzazione totale (watch time)

Un terzo elemento da non sottovalutare è il tempo di visualizzazione totale, il famoso watch time. Qui è importante fare un piccolo cambio mentale: smettere di fissarsi solo sul numero di visualizzazioni e iniziare a chiedersi “quanto tempo complessivo stanno passando le persone con i miei video?”. YouTube ama i contenuti che tengono gli utenti sulla piattaforma, quindi un video che genera tanto watch time – anche con meno view – può avere più valore, agli occhi dell’algoritmo, di un contenuto che fa molti clic ma viene abbandonato subito.

4. Sorgenti di traffico

Infine ci sono le sorgenti di traffico, che ti raccontano da dove arrivano effettivamente le visualizzazioni: home, video suggeriti, ricerca, link esterni, playlist, eccetera. Capire questo punto è fondamentale per non raccontarti storie. Se quasi tutto il tuo traffico viene da link che tu stesso condividi su WhatsApp, newsletter o social, significa che ancora YouTube non sta facendo la sua parte di “motore di scoperta”. Se invece inizi a vedere crescere la quota di visualizzazioni da Home e da video suggeriti, vuol dire che la piattaforma sta cominciando a testare e a spingere i tuoi contenuti verso nuove persone.

L’obiettivo non è inseguire la perfezione o confrontarsi ossessivamente con i numeri degli altri. L’obiettivo è capire la direzione: quali video stanno funzionando meglio, quali titoli attirano più clic, quali strutture tengono più a lungo le persone incollate allo schermo. Una volta individuate queste tendenze, il lavoro diventa apparentemente banale: fare meno di ciò che non funziona, e molto di più di ciò che, dati alla mano, sta iniziando a dare segnali positivi.

Quanto tempo ci vuole davvero per aumentare le visualizzazioni?

Questa è una di quelle domande che tutti hanno in testa ma pochi hanno il coraggio di fare a voce alta, perché la risposta non è comoda: dipende. Dipende dalla nicchia, dal tipo di contenuti, da quanto sei disposto a migliorare lungo la strada, da quanto riesci a essere costante. Però “dipende” da solo non aiuta nessuno, quindi ha senso provare a tracciare almeno una linea guida realistica per un canale piccolo che decide di lavorare con metodo, non a caso.

Timeline indicativa

  • 0–3 mesi

Nei primi zero-tre mesi, di solito, non succede nulla di apparentemente “speciale”. In questa fase stai sistemando le fondamenta: metti a posto il canale, chiarisci la nicchia, inizi a pubblicare con un minimo di regolarità, magari una volta a settimana, e soprattutto prendi confidenza con il formato video, con la camera, con la piattaforma. I risultati possono sembrare deludenti: poche view, pochi commenti, pochissimi iscritti. Ma è proprio qui che inizi a capire, guardando i primi segnali, quali argomenti accendono un po’ di più l’interesse, quali titoli sembrano funzionare meglio, quali video ti vengono più naturali da registrare.

  • 3–6 mesi

Tra i tre e i sei mesi, se hai tenuto duro e non hai cambiato rotta ogni due settimane, succede una cosa diversa: alcuni video iniziano a portare visualizzazioni in modo più costante. Non sono numeri da capogiro, ma ti accorgi che ogni giorno c’è un flusso di view che non dipende solo dall’ultimo contenuto pubblicato. È anche il periodo in cui ti rendi conto su quali formati ha più senso puntare: magari scopri che le guide pratiche funzionano più dei vlog, o che certe tipologie di titoli portano persone più in target. Nel frattempo YouTube comincia a “fidarsi” un po’ di più, testando i tuoi video in home e tra i suggeriti a un numero crescente di utenti.

  • 6–12 mesi

Tra i sei e i dodici mesi, se hai continuato a pubblicare con una certa coerenza, ti ritrovi con qualcosa che somiglia a una piccola libreria: non hai solo un mucchio di video, ma una serie di contenuti che, mese dopo mese, continuano a generare traffico e portare nuove persone sul canale. Inizi a vedere dei picchi improvvisi quando un video viene agganciato più forte dai suggeriti o dalla home, e se hai attivato la monetizzazione o hai un modo per trasformare le view in entrate (prodotti, consulenze, sponsorizzazioni), puoi cominciare a notare i primi segnali di stabilità. Non è ancora il “sogno YouTube full time”, ma non è più neanche il deserto totale.

Quello che spesso non si dice è che questo percorso non è affatto lineare. Non è che ogni video va meglio del precedente. Ci saranno contenuti su cui hai lavorato tantissimo che faranno numeri ridicoli, e altri girati quasi “al volo” che, per ragioni solo in parte spiegabili, esploderanno dopo mesi dalla pubblicazione. Ci saranno settimane in cui ti sembrerà di aver sbloccato la chiave giusta e altre in cui ti sembrerà di essere tornato al punto di partenza. Fa parte del gioco. Il punto non è avere una crescita perfetta, ma restare nel gioco abbastanza a lungo perché quella crescita abbia il tempo di manifestarsi.

Come non mollare dopo 10 video

La vera sfida, infatti, è non mollare dopo dieci video. All’inizio l’entusiasmo ti sostiene: l’idea del canale nuovo, la voglia di sperimentare, magari il supporto dei primi amici che ti seguono. Ma dopo un po’, se i numeri non decollano, diventa facile convincersi che “non funziona”. Per evitare di arrivare a quel punto bruciato, serve darsi delle regole pratiche.

  • La prima è definire un ritmo sostenibile. È molto meglio impegnarsi fin da subito per un video lungo a settimana, fatto bene, piuttosto che illudersi di poter caricare quattro video in un weekend e poi sparire per tre settimane perché sei stanco o non hai idee. La costanza non significa pubblicare ogni giorno, significa stabilire un passo che puoi mantenere a mente fredda per mesi, non per qualche giorno in cui sei gasato.
  • La seconda è introdurre una sorta di “retrospettiva” mensile. Una volta al mese, apri YouTube Studio e guarda con calma cosa è successo.
    • Quali video hanno performato meglio?
    • Quali hanno portato iscritti, commenti, interazioni?
    • Cosa hanno in comune tra loro: tema, titolo, struttura, durata, stile? E, al contrario, quali contenuti non hanno funzionato come speravi, e perché?

Non farlo con lo spirito dell’esame, ma con quello di chi aggiusta la rotta di un viaggio lungo.

Se dopo tre o quattro mesi non vedi alcun segnale di miglioramento – nessun video che performa un po’ meglio degli altri, nessun accenno di crescita nelle visualizzazioni complessive – non è detto che “YouTube non fa per te”. Più probabilmente significa che qualcosa, nel modo in cui ti stai posizionando, nel tipo di contenuto che proponi o nello stile con cui lo presenti, va rivisto. E va benissimo così: non è un fallimento, è esattamente il momento in cui puoi decidere consapevolmente se cambiare angolo, nicchia, formato, oppure se raddoppiare su ciò che senti più tuo. L’importante è non vivere questi aggiustamenti come una resa, ma come una parte naturale del processo di crescita.

Errori comuni che ammazzano le visualizzazioni (e che vedo spesso)

Parlare di strategie, formati, algoritmi è utile, ma spesso sono gli errori più banali – quelli che ripetiamo senza accorgercene – a tenere il canale frenato. Molti di questi li ho visti decine di volte nei canali che analizzo… e in buona parte li ho fatti anch’io, soprattutto all’inizio.

1. Pubblicare solo quando si ha tempo

Il primo grande classico è pubblicare solo quando si ha tempo. Ci sono periodi in cui esci con tre video in una settimana e poi silenzio per un mese, magari perché il lavoro ti travolge o perché l’ispirazione si spegne. Il problema è che né le persone né l’algoritmo riescono a “fidarsi” di un canale che compare e scompare a caso. Chi ti segue non sa più quando aspettarsi un nuovo contenuto, e YouTube non ha segnali sufficienti per capire se sei vivo o no. Non significa che devi diventare una macchina da contenuti, ma che serve una certa regolarità, anche minima, per costruire abitudine.

2. Cambiare argomento a ogni video

Un altro errore devastante per i canali piccoli è cambiare argomento a ogni video. Un giorno un contenuto su YouTube, il giorno dopo un video sul fitness, la settimana successiva un discorso motivazionale, poi una recensione di un prodotto tech “perché mi andava”. Per un canale già enorme forse può funzionare, ma per un canale piccolo è praticamente un suicidio: ogni video parla a un pubblico diverso, nessuno sente che il canale è “per lui”, e anche l’algoritmo non ha la minima idea di quale audience associare ai tuoi contenuti. Invece di costruire un pubblico, continui a ripartire da zero.

3. Titoli vaghi e miniature incomprensibili

Legato a questo c’è l’uso di titoli vaghi e miniature incomprensibili. “Nuovo video!”, “Non ci crederete…”, “Guardate cosa è successo”: sono tutte frasi che possono andare bene tra amici in chat, ma su YouTube lasciano una domanda gigantesca nella testa di chi le legge: “Perché dovrei cliccare proprio questo, tra tutto quello che potrei guardare?”. Se dal titolo e dalla miniatura non si capisce cosa ci guadagna la persona a dedicarti il suo tempo, è normale che scorra oltre. Non basta incuriosire: bisogna far capire in modo esplicito qual è il beneficio.

4. Copiare format americani 1:1

Un altro comportamento molto diffuso è copiare format americani uno a uno, sperando che funzionino allo stesso modo. Il problema è che il pubblico italiano non ragiona, non reagisce e non consuma contenuti esattamente come quello americano. Ha riferimenti diversi, ritmi diversi, aspettative diverse. Prendere un format che funziona fortissimo negli USA e incollarlo tale e quale sul tuo canale, senza adattarlo al contesto, spesso significa ritrovarsi con video che sembrano “fuori posto”, né davvero internazionali né davvero locali.

5. Fissarsi solo sul numero di visualizzazioni

Poi c’è l’ossessione per il numerino delle visualizzazioni. È normale guardarlo, ci mancherebbe. Ma se diventa l’unica metrica mentale, iniziano i problemi: si finisce per inseguire qualsiasi cosa possa far salire quel numero, anche se porta un pubblico totalmente sbagliato. In realtà è molto meglio avere mille visualizzazioni da persone che sono esattamente nel tuo target – che si iscrivono, che commentano, che magari diventano clienti – che ventimila visualizzazioni “vuote” da utenti che non torneranno mai più sul canale.

6. Non dare mai una call to action chiara

Un errore sottile ma importante è non dare mai una call to action chiara. Quando fai un buon video, chi ti guarda spesso è disposto a fare un passo in più, ma se non glielo indichi tu in modo esplicito, il momento passa e la persona chiude la pagina. Non devi trasformare ogni video in una televendita, ma suggerire cosa fare dopo: iscriversi al canale se il contenuto è stato utile, lasciare un commento su un punto specifico, scaricare una risorsa collegata, guardare un altro video che approfondisce il tema. È un modo per guidare l’attenzione, non per forzarla.

7. Ignorare completamente i dati

Infine, c’è l’estremo opposto rispetto a chi si perde nei dati: ignorarli completamente. “Io creo, poi quello che succede succede.” È un atteggiamento comprensibile quando i numeri spaventano o sembrano complicati, ma significa rinunciare a una quantità enorme di informazioni utili. Non hai bisogno di controllare le statistiche ogni giorno, ma almeno una volta al mese avrebbe senso aprire YouTube Studio e chiederti: quali video hanno funzionato meglio e perché? Da dove arriva il traffico? Dove le persone smettono di guardare? Sono domande che, con un minimo di attenzione, possono aiutarti a fare scelte molto più intelligenti per i mesi successivi.

Quasi sempre, quando un canale “non cresce”, non è colpa di una grande cospirazione dell’algoritmo, ma di una somma di questi piccoli errori. Correggerli non significa diventare perfetti dall’oggi al domani, ma iniziare a togliere freni inutili a contenuti che magari, con qualche aggiustamento, hanno davvero il potenziale per farsi vedere.

Conclusione: non ti servono 100 video, ti servono 10 video fatti meglio

Aumentare le visualizzazioni su YouTube non è questione di fortuna pura, né di avere l’attrezzatura perfetta.

È una combinazione di:

  • messaggio chiaro (a chi parli e perché),
  • contenuti pensati per il tuo pubblico,
  • titoli e miniature che fanno davvero clic,
  • video che trattengono le persone abbastanza a lungo,
  • costanza sufficiente perché YouTube possa fidarsi di te.

Non ti servono 100 video caricati a caso.
Ti servono 10 video fatti meglio, con un canale sistemato e una strategia minima.

Se ti va, lasciami il link al tuo canale o scrivimi qui sotto: scelgo qualche canale ogni tanto e faccio un’analisi veloce di 2–3 video per capire dove mettere mano per aumentare le visualizzazioni.

FAQ: domande frequenti su YouTube e visualizzazioni

Quante visualizzazioni servono per iniziare a monetizzare su YouTube?

Non esiste un numero magico di visualizzazioni che, una volta raggiunto, ti sblocca automaticamente la monetizzazione. Quello che conta davvero non è il totale delle view, ma il fatto che il tuo canale possa entrare nel Programma Partner di YouTube. Per farlo servono una certa soglia di iscritti, un certo numero di ore di visualizzazione o un volume minimo di visualizzazioni da Shorts, oltre al rispetto delle linee guida della piattaforma in termini di contenuti e copyright.

Quanto tempo ci vuole per aumentare le visualizzazioni su un canale piccolo?

Anche qui la risposta onesta è: dipende. Entra in gioco la nicchia in cui ti muovi, perché alcuni argomenti hanno una domanda naturale più alta di altri; conta tantissimo la qualità dei contenuti, cioè quanto sono utili, chiari, mirati al pubblico giusto; e pesa la tua costanza nel pubblicare e nel migliorare video dopo video.

Detto questo, se lavori con un minimo di metodo e pubblichi in modo regolare, molti canali iniziano a vedere miglioramenti concreti nel giro di tre-sei mesi. Non parliamo per forza di numeri enormi, ma di un passaggio dal “non mi trova nessuno” al “alcuni video portano traffico in modo continuo”. Non è immediato ed è normale che sia così: YouTube ha bisogno di tempo per capire chi sei, a chi mostrarti e quali contenuti del tuo canale meritano di essere spinti di più.

Gli Shorts aumentano davvero le visualizzazioni del canale?

Gli Shorts possono dare una grande mano alla scoperta del canale, soprattutto in questa fase in cui YouTube li spinge molto. Funzionano bene quando sono coerenti con il tema principale di cui ti occupi, quando non sono solo clip a caso ma rimandano in modo intelligente a video lunghi collegati, e quando titoli e idee sono allineati a ciò che già pubblichi. In questo modo chi ti trova tramite uno Short non si ferma lì, ma ha un motivo per esplorare il resto del canale.

Quello che non conviene aspettarsi è che gli Shorts, da soli, facciano esplodere automaticamente anche i video lunghi. Possono portare picchi di visibilità, farti guadagnare iscritti e mettere il tuo nome davanti a persone che non ti conoscevano, ma il lavoro “di profondità” lo fanno i contenuti più lunghi. L’ideale è usarli insieme: gli Shorts come porta d’ingresso, i video long form come spazio in cui costruisci davvero relazione, fiducia e risultati.

È meglio puntare su video virali o contenuti di ricerca?

Se hai un canale piccolo, la strategia più sensata è partire da una base solida di contenuti di ricerca: tutorial, guide passo passo, spiegazioni su temi che le persone cercano attivamente. Sono quei video che, una volta pubblicati, possono continuare a portare traffico nel tempo perché rispondono a domande precise. Ti aiutano a farti trovare e a costruire un archivio di contenuti “evergreen” che lavorano anche mentre non stai pubblicando.

Questo non significa rinunciare per sempre a formati più “virali”. Una volta che hai qualche pilastro stabile, puoi iniziare a sperimentare con video pensati per generare picchi di attenzione: trend del momento, case study particolarmente forti, Shorts molto condivisibili. L’equilibrio ideale è proprio questo: da un lato i video che mantengono un flusso costante di visualizzazioni nel tempo, dall’altro contenuti che ogni tanto accendono una fiammata e portano nuove persone a scoprire il tuo canale

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